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FontanaLa più antica testimonianza della storia umana toccata dai sentieri della Val Gotra è la famosa pietra di Ribone. In prossimità del passo dei Due Santi si sfiora il monte Ribone sulla cui sommità, costituita da un piccolo pianoro, è stata rintracciata una pietra recante un’iscrizione in caratteri etruschi.
Il tracciato Bratello-Due Santi-Gotra-Centro Croci ha cominciato ad assumere una discreta importanza solo durante la guerra greco-gotica (535-553) quando, dovendo frenare l’impeto delle bande gotiche, i guerrieri bizantini dovettero costituire una serie di fortificazioni.
Fu probabilmente in quegli anni che si determinò una delle pochissime tracce toponomastiche che ci siano rimaste della popolazione gotica.
A metà del percorso considerato possiamo trovare ricche tracce della loro presenza: il Monte Gottero, il torrente Gotra che viene attraversato in prossimità di Boschetto, il rio Gotrino (fra le famiglie che abitano gli opposti versanti di questa imponente cima appenninica si può ricordare, il non frequente ma antico, cognome Gotelli). La più antica denominazione che ci sia rimasta di tale monte, Gautera in un documento del 641, ne dimostra pienamente l’antichità e la derivazione dalla radice Gauth (Il nome etnico dei goti nelle fonti greche e latine del VI secolo era Gautoi, Gauthigoth, una loro divinità era nominata Gautar). Sfortunatamente qui, come del resto in tutti i luoghi occupati dai goti, non sono rimaste tracce archeologiche che provino se il nome derivi da una scontro in cui i Goti si videro impegnati o da una loro presenza più stabile e continuativa. Dopo gli anni bui e tragici della guerra fra Goti e Bizantini il limes bizantino non venne abbandonate ma dovette essere utilizzato per fronteggiare una nuova invasione: i longobardi. Grazie alla presenza di questo limes sappiamo che la Liguria, allora Marittima, non capitolò immediatamente sotto Alboino ma resistette fino a Rotari (641). La presenza longobarda dovette essere particolarmente significativa e rimase solidamente presente nella toponomastica attuale. Se ne trova traccia sia nei toponimi che si incontrano lungo il crinale (Bratello, Bratto, Braiole, la fontana di Breda, La Breia, La Bratta). Alcuni di questi nomi derivano dal termine longobardo per designare un campo incolto o maggese. In tedesco il termine brachen ha per l’appunto questi significati (per esempio il passo del Bracco, tra Genova e La Spezia). In longobardo braida o breida significa zona pianeggiante o pianoro. Nel periodo altomedievale il termine passò a designare un appezzamento di terreno coltivato intensivamente, per esempio un orto o un frutteto. Da non dimenticare poi il monte Schieggia, che, con il torrente Schiena e il Prà de Schei, ha in comune la radice sk- tipica delle parole di origine longobardica (tra cui le parole italiane scaffale, scossalino, etc. Di grande interesse è il Prato di capra morta. Questo toponimo (apparentemente legato al semplice ritrovamento della carcassa di qualche animale) nasconde un momento storico di grande importanza. Il culto (ed il conseguente sacrificio e quindi morte) della capra e della vipera erano uno dei due principali culti pagani praticati dai longobardi non ancora cristianizzati al loro arrivo in Italia. Si sa che, soprattutto in montagna e lontano dai grandi centri, i culti pagani sopravvissero molto più a lungo che non altrove. Inoltre sappiamo che il toponimo di capra morta è di grande antichità comparendo per la prima volta nel testamento di Plato Platoni del 1022 e per di più è un toponimo situato all’interno di una zona dove praticamente tutti i luoghi recano l’impronta linguistica longobarda. Dal periodo longobardo all’anno mille quasi tutta la zona divenne proprietà fondiaria dell’abbazia di Bobbio e nelle numerose donazioni degli imperatori troviamo diversi riferimenti alla zona presa in considerazione. Dai percorsi di crinale scendiamo al centro abitato di Buzzò, ricco di esempi significativi di architettura spontanea dei secoli XVII-XVIII, e avamposto dalla diocesi di Brugnato nel territorio parmense. Vicino sorgono gli antichi borghi di Casale e Case Bosini. Questi due borghi, separati dal monte Schieggia, di cui si è già parlato, fanno parte di quella costellazione di piccoli centri che diede origine all’attuale comune di Albareto, privo di un centro vero e proprio fino al secolo XIX. Di essi si parla dal secolo XII nel registro dei beni goduti per feudum della comunità di Piacenza indicandoli come già appartenenti alla corte di Albareto: in Curia Albareti, in Moliis, In Mamponeto, In Grossis de Albareto (Oggi Case Bosini) Insolegiam et Costam de casale, etc. In queste aree di mezza costa sono frequenti le località che mantengono una traccia evidente del periodo feudale: Cadonica, prato Donnico, terra donnica, o anche prato della corte, filari della corte e ancora, nei pressi di Cadonica, della Torre. Dopo Casale e prima di Case Bosini si interseca la strada che conduceva al Faggio Crociato, passo di grande importanza, che vide il passaggio dell’esercito di Corradino di Svevia nel 1268 (guidato in questi passi montani dal suo alleato il conte Ubertino Landi). Nell’abitato di Albareto non vi sono resti significativi ad eccezione di due lapidi posti su un muro della chiesa che nell’attuale sistemazione risale al secolo XIX. La prima, più antica, risale al 1475 ed è probabilmente una lapide tombale anche se, a causa dello stato di degrado, non è stato finora possibile decifrarla completamente. La seconda, risalente al 1857, era stata composta e fatta incidere da Domenico Bosi per ricordare la costruzione della chiesa. Per quanto riguarda il nome di Albareto si deve riconoscere la derivazione da “luogo alberato” come del resto avviene per tutti i luoghi (in Italia una decina) che riportano questo nome con tutte le sue varianti (Albareto, Albaredo, Albaro). Tale etimologia è inoltre rafforzata dalla presenza di altri toponimi di chiara derivazione paesaggistica: Albareto, Mamponeto (mampon, in dialetto locale, è il lampone), Boschetto, Folta, Groppo. Vicino al capoluogo sorge il piccolo centro di Boschetto. Questo centro, costituitosi attorno al santuario omonimo deve le sue fortune ad un’effigie della Beata vergine ritenuta miracolosa dal 1638 quando una pastorella sordomuta riacquistò l’uso dei sensi.


Logo Comunità Montana delle Valli del Taro e del CenoDocumento pubblicato
grazie alla concessione
e alla collaborazione della
Comunità Montana
delle Valli del Taro e del Ceno
Illustrazione di Paolo Sacchi
www.sakai.dk

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